Venti di terrorismo finanziario contro l’Italia. Ecco chi trama e come se ne esce

Gruppi organizzati di italiani, con grossi interessi all’estero, tramano contro le sorti finanziarie del Paese. Nell’intervista esclusiva a L’Umanità il segretario PSDI  Renato d’Andria mostra l’inedito dark side degli scenari economici che stanno condizionando l’Italia e indica le strade da percorrere.

Segretario, partiamo dalla manovra del governo gialloverde, che resta al centro di veti e contestazioni degli organismi europei. Secondo lei se ne esce? E come?

Intanto, dopo quella di Putin, è arrivata anche l’approvazione del presidente Trump. Ma al di là di questi rilevanti elementi, nei giorni scorsi avevo già dichiarato che in termini economici la manovra del governo non è sbagliata. E non lo è, perché si richiama ai principi classici keynesiani, lo stesso modello che ha dato ottimi risultati dopo l’ultimo conflitto mondiale. L’Italia e l’Europa ne hanno bisogno, perché uscire da dieci anni di recessione è un po’ come dover ricostruire sulle macerie.

Resta il problema del rapporto deficit-Pil a 2,4.


E’ un falso problema, perché molti Paesi già in passato hanno investito attraverso l’indebitamento, riuscendo così ad imprimere dinamismo e sviluppo economico. Basta solo che pensiamo agli Stati Uniti dopo la crisi del ’29. Cos’altro era il Piano Marshall, se non l’indebitamento delle Nazioni, compresa l’Italia, che venivano finanziate dagli Usa, così poi producevano e pagavano il debito? Poi è chiaro che ogni manovra politica va calata nella realtà dei territori e del momento storico, ma a me pare che l’attuale governo italiano abbia operato tenendo ben conto di tali fattori.

E lo spread che s’impenna?

Lo spread, in questo caso, rientra nel fenomeno che io definisco “terrorismo finanziario”, pressioni sull’Italia tutt’altro che riferibili ai soli mercati, ma, piuttosto, finalizzate e organizzate.

Ma da chi?
Gente che meriterebbe una denuncia per alto tradimento. Si tratta anche di soggetti italiani che si muovono in tal senso attraverso strutture straniere, perché hanno interessi speculativi che crescono mettendo in crisi l’Italia, bloccando il governo e facendo tornare il Paese ai livelli post tangentopoli dei primi anni ’90, quando apparentemente in Italia si sono succeduti governi che erano espressione di poteri superiori, non della volontà popolare.

Il governo Conte-Salvini-Di Maio, però, è espressione del voto popolare, conquistato prevalentemente al Sud con la promessa del reddito di cittadinanza.

Lo è, per questo dall’esterno tentano di bloccarli.

Ma anche il reddito di cittadinanza, così com’è stato previsto, sta suscitando polemiche, proprio per la presenza al Sud della malavita organizzata.

Il discorso sul Sud va ben oltre il reddito di cittadinanza, così come la malavita organizzata è una piaga che purtroppo è ormai in diverse parti del mondo. La verità è che anche sul Mezzogiorno si cercano falsi alibi e si fa, in qualche modo, terrorismo mediatico.

In che senso?

Nel senso che se una politica seria per lo sviluppo del Mezzogiorno non si è mai fatta è perché esiste una precisa volontà di non farla. Un Sud molto sviluppato, come era prima dell’unità d’Italia, creerebbe una serie di problemi al Nord. Ciò non toglie che, come dimostra un recente articolo di Panorama, esistano centinaia di imprese napoletane sane ed in salute, con milioni e milioni di fatturato, che però continuano ad avere grosse difficoltà col credito bancario. Ed è proprio la “crescita senza banche”, come scrive il settimanale, la nuova scommessa del Sud.

Potranno mai farcela?

Dico che, proprio in tema di prospettive sociali, ma anche economiche, si farebbe bene a dare grande attenzione al Sud, perché questa parte strategica del territorio potrebbe presto rivendicare seriamente la propria autonomia dal Nord.

Una sorta di “Padania” al contrario?

Esattamente. Esistono segnali rilevanti in tal senso, non riconducibili ai soliti empiti nostalgici, ma basati su fattori concreti, capaci di sfruttare in chiave economica le straordinarie potenzialità di porta sul Mediterraneo di quei territori, confinanti con un Nord Africa che oggi appare solo terra di migranti, ma è già in fase di avanzato sviluppo economico per i prossimi anni. Il Sud Italia dovrà essere pronto a cogliere questa sfida.

File ai CAF per il reddito di cittadinanza

Quale potrà essere un fattore chiave per il Sud?

Guardi, ci stiamo lavorando nel Programma del PSDI, ma non riguarda solo il Sud. Si tratta di liberare l’economia da una sorta di cappa poliziesca che da tempo la blocca. Ferma restando la legittimità di tutti i controlli, strumenti come la CRIF, o banche dati che diventano liste di proscrizione, sempre a favore delle banche e mai del cittadino o delle imprese, vanno drasticamente ridimensionati. Non è possibile che una bolletta non pagata blocchi o addirittura porti alla chiusura di un’azienda. Doveri sì, ma anche diritti. Ed uno Stato che li sappia coniugare, facendo gli interessi del suo popolo.

Qual è l’aspetto centrale nel nuovo programma del PSDI?

Al centro di tutto c’è l’esigenza che l’Italia torni ad essere un Paese socialdemocratico nel senso puro e originale del termine, sul modello delle grandi socialdemocrazie europee, alle quali peraltro non abbiamo nulla da invidiare, se pensiamo che il primo presidente dell’Assemblea Costituente, che ci ha dato la nostra Costituzione Democratica, è stato Giuseppe Saragat, il fondatore del Partito Socialdemocratico.

Ma non si rischia di andare in controtendenza, rilanciando un partito tradizionale, vista la crescita dei populismi in tutta Europa?

La Socialdemocrazia, nella sua piena attuazione, non è solo un partito tradizionale dalla grande storia, ma è in primo luogo uno stile di vita e di governo ispirato a garantire equilibrio tra forze economiche ed assetti sociali. Direi anzi che proprio oggi, con la crisi di un certo modo di fare politica, sono i Socialdemocratici italiani del PSDI a dover avviare una serie di iniziative capaci di risvegliare la comunità politica dall’enpasse e da un lungo torpore.

E’ su questo che state lavorando?

Sì, i nostri dirigenti sono già al lavoro su questi temi, anche perché siamo disponibili ad accogliere quelle realtà politiche che si identificano nei nostri principi, ma attualmente non trovano collocazione politica adeguata. Intendiamo allargare la base della partecipazione al nostro Partito per favorire lo sviluppo di processi culturali e socioeconomici finalizzati al benessere delle popolazioni e non all’arricchimento di banchieri o altri centri di potere finanziario.

Quando verrà reso noto il nuovo Programma?

Entro fine anno convocheremo a Roma una iniziativa pubblica, nella quale fra l’altro sarà presentata la nuova edizione del nostro organo di partito, L’Umanità, attualmente in fase di implementazione ma già online nei suoi principali contenuti. La manifestazione sarà preceduta da una serie di incontri bilaterali con dirigenti delle Socialdemocrazie estere.

Qual è il fine di questi incontri?

Gli incontri, per i quali sono già in corso i contatti, sono finalizzati a creare una Comunità Socialdemocratica d’ispirazione e dimensione Euro-Mediterranea, di cui l’Italia sarà il centro, posizione che le spetta dal punto di vista storico e geografico. Il governo attuale dichiara che vuole riformare l’Europa. Noi diciamo che sarà l’Europa a dover cercare il dialogo con il nostro Paese, in quanto fulcro strategico di una più vasta Comunità.

 

Il segretario PSDI Renato d’Andria alla presidenza di un convegno sul ruolo dell’Italia nel Mediterraneo. A sinistra Elio Veltri e, a destra, Mario Sechi

Pace fiscale? Si parta dalle grandi imprese

Seconda parte dell’intervista al segretario PSDI Renato d’Andria in vista della convention di fine anno che segnerà l’avvio del programma per porre l’Italia al centro della nuova Comunità Socialdemocratica

L’attenzione del governo per i singoli cittadini non deve far venir meno i provvedimenti urgenti per restituire vita, vivacità e dinamismo alle nostre imprese, da tempo preda di capitali esteri. La rimodulazione della pace fiscale, ma anche l’attuale ruolo dell’Italia in Europa, sono due fra i temi centrali nel programma del PSDI, su cui si sofferma il segretario Renato d’Andria in questa seconda parte dell’intervista a L’Umanità.

Segretario, ci eravamo fermati al Sud Italia, lei lo considera elemento centrale per la ripartenza reale del Paese.

Regioni del Nord Africa ad alto sviluppo tecnologico

Assolutamente sì, e non solo per il suo evidente ruolo geografico di cerniera con il Nordafrica. Si continua a fare terrorismo mediatico sul Mezzogiorno, cliché funzionali agli interessi del Nord dell’Italia e a buona parte dell’Europa, cui fa comodo un meridione fanalino di coda, riserva di migranti e spiaggia degli opulenti capitalisti in arrivo dai Paesi ricchi. Ma non è così: l’Italia non è la Grecia dei banchieri e tanto meno lo sarà il nostro Sud. Per invertire questa tendenza occorrono però riforme serie.

Da dove intende cominciare il PSDI?

Intanto, da quella che definiamo una Pace Sociale ed economica. Un governo con una solida maggioranza, come quello in carica, dovrebbe assumere iniziative in questa direzione, con una sorta di amnistia generale, sia per sanare i torti provocati a cittadini e imprese dalle anomalie del Sistema Giustizia, sia per rimettere sul mercato delle competenze manager e imprenditori con un prezioso bagaglio di know how, oggi tagliati fuori dalla realtà industriale ed economica del Paese.

Lei parla di un recupero delle competenze?

Esattamente, il recupero delle persone e delle competenze è uno dei fattori dell’attuale successo del governo americano. Anche da noi occorrono, naturalmente, i dovuti controlli, anche di carattere giudiziario, sul passato dei singoli soggetti, ma si tratta di misure necessarie, perché la crisi dell’Italia è anche una crisi delle professionalità e dell’ingegno di persone eliminate dalla scena imprenditoriale con provvedimenti che poi, a distanza di anni, si riveleranno magari ingiusti, ma intanto hanno creato un vulnus al Paese.

E la Pace fiscale proposta dal governo?

Bisognerebbe partire da una pace fiscale che privilegi anche le imprese, e non solo quelle di piccole dimensioni Le grandi aziende italiane, quelle che anni di cattiva politica hanno condotto allo smantellamento, per poi svenderle ai migliori offerenti esteri, sono state e restano l’unico motore produttivo del Paese, quello che ci ha portati a sedere stabilmente nel G7. Ma è proprio a questo straordinario apparato che le misure del DEF non destinano nulla, tanto meno i necessari provvedimenti in tema di fiscalità e condoni.

Intanto però Moody’s ed altri organismi internazionali hanno già bocciato i condoni del DEF. Cosa farebbero se fosse prevista una sanatoria per le grandi imprese?

Le società di rating possono fare la voce grossa con l’Italia perché il nostro Paese non possiede analisti di livello internazionale capaci di dar vita a grosse strutture analoghe con un peso rilevante sui mercati. Ma è esattamente questo che l’Italia dovrebbe fare: mettere insieme i nostri più autorevoli economisti e dotarsi di una sua agenzia di rating.

Intanto sembra difficile che possa essere approvato dalle autorità estere un condono destinato prevalentemente alle grandi imprese italiane.

Il punto è che le misure del governo sulla pace fiscale, almeno per come sono state fin qui illustrate, tagliano fuori proprio le grandi imprese. Invece, se si intende far ripartire l’economia, e realizzare l’obiettivo, che pare utopistico, della crescita di un punto e mezzo il prossimo anno, è sulle grandi imprese che bisogna far leva, quelle che danno lavoro e mettono in circolazione grandi masse di denaro. Ma bisogna tener conto che escono da dieci anni di crisi, in cui la maggior parte degli imprenditori ha vissuto avviluppato nel dilemma se pagare le tasse e mandare a casa i lavoratori, o pagarle solo in parte ma tenere aperte le aziende. Quelle che hanno potuto pagare tutto sono pochissime, ma questo è un dato evidente. Non puoi salvare l’operaio e pagare tutte le tasse, quando non c‘è denaro. Devi decidere. Invece, negli ultimi anni lo Stato che ha fatto? Ha preso il denaro e, invece di salvare le imprese, ha salvato le banche.

Però sono state anche le banche a finanziare le imprese.

Già, solo che le banche salvate sono state esclusivamente quelle “privilegiate”, che hanno condotto per anni operazioni sballate, e lo hanno fatto consapevolmente. Tutto questo sta creando ancora oggi un danno enorme al Paese, aggravato dal fatto che è avvenuto sotto gli occhi degli organi di controllo, Bankitalia e Consob, autorità il cui ruolo va rivisto, perché vessano le piccole imprese, ma dinanzi ai potenti tacciono.

A scoraggiare gli investimenti dall’estero sono anche i mali endemici della Giustizia italiana. Cosa prevede il vostro programma su questo fronte?

E’ un tema estremamente delicato, sul quale sono al lavoro due commissioni di esperti. In linea di massima, il principio è quello che vanno adottati sistemi di controllo più efficaci di quelli attuali sull’autonomia e sull’operato dei magistrati, sia civili ed amministrativi, che penali. Se guardiamo ai profili disciplinari, da tempo troviamo solo provvedimenti del Csm rivolti solo a contrastare favoritismi, corruzione, scarsa diligenza. Benissimo, ma occorrono anche controlli sulla preparazione effettiva dei magistrati e, soprattutto, sulla loro terzietà.

La separazione delle carriere?

Mi pare un ottimo risultato quello raggiunto dall’Unione Camere Penali Italiane, che ha raccolto le firme necessarie per presentare la proposta di legge d’iniziativa popolare sulla separazione delle carriere. Così come apprezziamo molto il tema prescelto per il recente congresso dell’USPI a Sorrento, “Il buio oltre la siepe”, che ha portato all’elezione di un nuovo presidente, l’avvocato Gian Domenico Caiazza, con tutti i numeri per proseguire l’ottimo lavoro intrapreso dal suo predecessore, Beniamino Migliucci. Tuttavia ritengo che anche all’interno di questa strategica categoria professionale occorrano maggiori controlli.

In che senso?

Dietro il panorama dei grandi giuristi, di coloro che giustamente si battono per l’introduzione della figura di avvocato nella Costituzione, c’è un enorme giro di piccoli faccendieri, che troppo spesso “vendono” e tradiscono, per piccoli vantaggi personali, il loro cliente, il quale alla fine è l’unico a pagarne di persona le conseguenze. I codici etici e deontologici ci sono, le norme stringenti pure. Ma non si vedono controlli severi, come avvengono invece in altri Paesi, a cominciare dalla Gran Bretagna, dove il sistema giustizia è formato da due protagonisti, il magistrato e l’avvocato, che sono alla pari e continuamente devono dar conto del loro operato. Altrimenti si arriva alla situazione italiana, dove centinaia di imprese vengono distrutte da misure cautelari, che vengono revocate quando dell’azienda resta solo la carcassa. Anche su questo punto occorrono norme più precise nell’interesse degli italiani. Ci stiamo lavorando.

Chiudiamo allora parlando di Brexit. Lei già tempo addietro ha dichiarato che per l’Inghilterra si è trattato di una scelta necessaria. Oggi però il popolo britannico scende in piazza e chiede un nuovo referendum. La pensa ancora così?

Lo ribadisco, la Gran Bretagna ha fatto bene ad uscire dall’Europa ed a sottrarsi dal predominio dell’asse franco-tedesco, non aveva alcun interesse a restare in quelle condizioni. Del resto, il Regno Unito è tuttora al centro del Commonwealth che, lo ricordo, è l’organizzazione non governativa ispirata, fin dal nome, al benessere di 53 Paesi, quasi tutti ex colonie britanniche, che comprendono 143 milioni di abitanti, compresi quelli del Regno Unito.

Questo significa che anche l’Italia, secondo il PSDI, potrebbe un giorno decidere di uscire dall’Europa?

No, l’Italia non è l’Inghilterra, sono storie molto diverse, tuttavia è necessario pretendere una netta revisione del ruolo che ha in Europa il nostro Paese, a cominciare dall’orgoglio per essere stati, un tempo, i portatori di civiltà in quelle stesse terre che ora fanno la voce grossa con noi e stringono i cordoni della borsa.

 

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