STALLO POLITICO – D’ANDRIA, “DUE MESI PERSI PER ARRIVARE AL GOVERNO DEL PRESIDENTE”.

STALLO POLITICO – D’ANDRIA, DUE MESI PERSI PER ARRIVARE AL TRAGUARDO CHE IL PSDI INDICAVA FIN DAL 5 MARZO: GOVERNO DEL PRESIDENTE.

Invischiati nelle paludi del dopo voto, a due mesi di distanza dalla tornata del 5 marzo vincitori e vinti annaspano, prigionieri di veti collegati a calcoli elettorali neppure troppo nascosti. Manovre evidentemente errate, se oggi il leader del M5S Di Maio perde, ora dopo ora, pezzi di elettorato e di eletti, con consensi in picchiata e l’ombra salvifica del Dibba pronta a tornare in scena per salvare il salvabile. Se la ride, ma non troppo, Salvini, controfigura di quell’indiano accovacciato sulla sponda del fiume per veder passare il cadavere degli avversari: altro calcolo elettoralistico fin troppo svelato, benché poggiato sulle più solide basi dell’insofferenza montante per le inarrestabili ondate migratorie. Quanto allo scannatoio interno del PD, meglio calare un velo di pietà.
E’ desolante il panorama politico nel quale, in queste ore, si attende dal deus ex machina Mattarella quell’input salvatutti capace di condurre ad un “Governo del presidente”, l’unico esecutivo che porrebbe fine logoranti schermaglie dei partiti.
Uno scenario, quello di domani, che il segretario PSDI Renato d’Andria aveva anticipato fin dal giorno dopo le elezioni.

Segretario, era il 5 marzo scorso quando lei, visti i risultati del voto, invitava tutti i partiti a sedersi intorno ad un tavolo, stendere un programma di priorità condivise e lavorare insieme per il Paese. Possiamo dire che sono stati persi inutilmente due mesi?

«Penso proprio di sì, ma tengo a sottolineare che non occorreva nemmeno una grande lungimiranza politica per prefigurare fin da subito un “governo di tutti”, o “governo del presidente”, come quasi certamente lo chiameranno domani. Il risultato del voto era chiaro, non meno prevedibili i veti dei pentastellati su un centrodestra a trazione Lega, ma fortemente connotato da Forza Italia».

Perché allora non si è pensato subito al governo del presidente, secondo quanto lei stesso aveva pubblicamente anticipato?

«Probabilmente il Movimento 5 Stelle era convinto che bastasse tirare la corda per vedere affiorare un Partito Democratico sconfitto, impaurito e pronto ad accettare strapuntini di sottogoverno, portando Di Maio a Palazzo Chigi. I fatti dimostrano che anche questo era un calcolo sbagliato, alla fine se ne sono resi conto, obtorto collo, anche i malpancisti antirenziani».

Adesso che succede?

«Domani sarà calata dall’alto la personalità “terza”, cui sarà “impossibile dire di no” e tutti penseranno di aver salvato la faccia facendo quel governissimo che era già, con tutte le sue premesse, nel risultato uscito dall’urna».

Lei in qualche modo auspica una “grosse koalition” alla tedesca, come aveva già fatto il 5 marzo?

«Il PSDI in questa tornata è fuori dalla mischia ed ha scelto di rimanervi, per rispetto al Capo dello Stato, ma non rinuncia ai suoi valori fondanti, sui quali continua il dialogo aperto fra il nostro partito e le socialdemocrazie europee. E’ per questo che indichiamo la strada delle larghe alleanze sui programmi, vaste intese capaci di superare paletti da campagna elettorale e di farsi apprezzare dagli italiani non per gli slogan, ma per le cose fatte».

Quali in particolare vede come assolute priorità?

«Naturalmente il DEF, che dovrebbe essere già stato elaborato da tempo, in considerazione delle risorse limitate, ma soprattutto perché rappresenta il primo punto per trattare da pari a pari con i partner europei. Invece il documento di programmazione economica, lasciato all’ordinaria amministrazione dell’uscente governo Gentiloni, risente del medesimo stallo della situazione politica. E questo, lo sappiamo, rappresenta un pericolo serio, per le imprese e per le famiglie».

Fatto sta che tutti i segnali convergono verso una campagna elettorale che sembra tuttora aperta, con le nuove elezioni che si profilano a breve.

«Qui sta la differenza con il governo che noi, come PSDI, proponevamo all’indomani del voto. Non chiedevamo una campagna elettorale lunga due anni, né tanto meno un governo-farsa destinata solo a tappare le emergenze e varare una legge elettorale purché sia, ma diversa dal Rosatellum. Quello che abbiamo indicato fin dal primo momento era e resta un governo stabile, su un programma preciso, con responsabilità condivise da tutti i partiti e la volontà di restare in carica 5 anni. Come succede nei Paesi civili quando non esistono maggioranze assolute: prima viene l’interesse del Paese, poi le beghe interne ai partiti. Solo che da noi, a quanto pare, funziona al contrario».