POLITICA ESPANSIVA PER USCIRE DALLA MORSA DEBITO PUBBLICO – SPESA PER INTERESSI / L’ANALISI DI ANDREA FUMAGALLI

L’Italia è nel mirino della Troika e dei signori del rating. Dai quali giungono dei pesanti rilievi e/o bocciature alla nostra manovra economica. Eppure le cifre dei nostri conti non sono così disastrose come si vorrebbe far apparire da parte di Germania, Francia & C., anzi permettono di poter effettuare una politica espansiva, per ridar fiato all’economia e quindi all’occupazione.

E’ la diagnosi stilata su Effimera.org dall’economista Andrea Fumagalli, bocconiano di formazione, docente di Economia Politica all’università di Pavia. Cifre, dati e documenti alla mano, Fumagalli ricostruisce le tappe salienti della nostra recente economia e rappresenta in modo inequivocabile perchè non ci vogliono far crescere e a chi giova la nostra crisi.

Andrea Fumagalli

Partiamo dalle due accuse base che ci vengono mosse. La prima ha a che fare con la famosa quota 2,4 per cento, cifra al di sopra di quello 1,6 per cento inizialmente adottato dall’Italia ma regolarmente superato (a fine 2017 siamo arrivati – senza che nessuno avesse niente da obiettare – al 2,3 per cento), ma ben al di sotto di quel 3 per cento stabilito come tetto massimo dalla stessa Ue.

La seconda accusa è che difficilmente potremo raggiungere gli obiettivi prefissati perchè – secondo le autorità Ue – le cifre relative alla crescita del Pil sono sovrastimate.

Ma vediamo uno dei punti cardine, ossia la situazione del debito pubblico da noi e negli altri paesi europei.

IL NODO DEL “DEBITO PUBBICO”

Facendo riferimento al “debito complessivo in rapporto al Pil” non mancano le sorprese. Secondo un recente rapporto del McKinsey Global Institute, basato sui dati della Bank for International Settlements e relativi a tutto il 2017, il paese più indebitato al mondo è il Lussemburgo, per un totale pari al 434 per cento del Pil; segue Hong Kong (396 per cento), quindi il Giappone (373 per cento). Passando all’Europa, nelle condizioni peggiori si trovano Irlanda e Belgio (345 per cento), poi Portogallo (322), Francia (304), Olanda e Grecia (287), Gran Bretagna (281), Spagna e Svezia (275). L’Italia occupa una buona posizione (265), con un valore di poco superiore a Danimarca, Finlandia, Svizzera, Austria e Germania.

Disaggregando il dato del debito complessivo, si vede come sulle nostre spalle pesi in modo molto accentuato il debito pubblico che raggiunge il 151 per cento, tra i peggiori al mondo, mentre ci risolleviamo di parecchio sul versante dei debiti delle famiglie, dove con il nostro 41 per cento siamo tra i più bassi, e delle imprese, con una tra le migliori performance (superati di una incollatura da Germania e – sorpresa! – la Grecia).

Osserva Fumagalli: “la solvibilità complessiva dell’Italia non può quindi essere messa in discussione, anche tenuto conto che la quota di debito pubblico detenuto da operatori economici italiani è oggi salita al 68,7 per cento, grazie soprattutto all’incremento dal 5 al 16 per cento effettuato dalla Banca d’Italia attraverso il ‘Quantitative Easing‘ della Bce. Occorre notare che il 26 per cento del debito pubblico italiano è detenuto da banche in prevalenza italiane e il 18 per cento da fondi finanziari e assicurativi, soprattutto stranieri, quelli più interessati ad avviare attività speculative. I piccoli risparmiatori ne detengono solo il 5 per cento”.

Ottimi poi i dati della nostra bilancia commerciale, dove siamo secondi in Europa, alle spalle della solita Germania. Per cui, di fatto, il surplus dei conti con l’estero sarebbe in grado di ripagare più che abbondantemente il deficit interno.

Marcia al contrario, invece, la Francia che ci fa un giorno sì e l’altro pure la morale e ci impartisce lezioncine di economia: presenta un deficit commerciale da 80 miliardi di euro e la Gran Bretagna addirittura di 176,2 miliardi !

Ecco il commento di Fumagalli: “Di fronte a questo quadro, l’accanimento contro il solo debito pubblico per contestare scelte di politica economica non ha una ragione strettamente economica, ma esclusivamente politica e ideologica. Si tratta di impedire che un paese membro possa adottare una politica espansiva basata sul deficit spending in grado, potenzialmente, di evitare lo smantellamento del welfare e la finanziarizzazione privata dei servizi sociali, a partire dalla sanità e dall’istruzione, visto che la previdenza è stata già di fatto finanziarizzata”.

IL MACIGNO DELLA SPESA PER INTERESSI

Siamo arrivati ad uno snodo, e ad un altro macigno che pesa in modo fortissimo sulle nostre spalle: la spesa per gli interessi: in sostanza come la nostra economia sia penalizzata da un gran mole di interessi.

Torniamo alle parole di Fumagalli: “Forse non tutti sanno che a partire dal 1992, con l’unica eccezione del 2009, il saldo primario del bilancio dello Stato (ovvero la differenza fra le entrate e le uscite complessive, al netto della spesa per interesse) è stato abbondantemente positivo. In questi anni, dal 1992 al 2017, lo Stato ha prodotto un risparmio pari a 795 miliardi. Negli ultimi 25 anni, l’ammontare della spesa per interessi ha, invece, raggiunto una cifra pari a 2.094 miliardi. Di conseguenza il debito pubblico italiano è cresciuto di 1.299 miliardi. Appare quindi evidente che la principale causa dell’aumento del debito pubblico italiano dipende dalla spesa per interessi, la cui dinamica negli ultimi anni è stata sempre più condizionata dalla speculazione finanziaria”.

Rammenta poi, Fumagalli, i tre principali attacchi speculativi contro l’Italia.

Si parte dal ’92-’93, quell’infausto biennio che ci è costato “lacrime e  sangue” per via delle misure adottate dal governo Amato. La crisi, comunque, era scoppiata in Inghilterra, per via delle manovre super speculative messe in atto da George Soros contro la sterlina, ma l’effetto, evidentemente, si propagò anche in Italia.

Poi nel 2007-2008, altro attacco che corrisponde alla crisi partita negli Usa con il crollo di Lehman Brothers e la crisi dei subprime; ovviamente anche da noi peggiora il rapporto deficit / Pil.

Quindi eccoci all’attacco via spread nel 2011, che costringe il governo Berlusconi alle dimissioni: e tra il 2011 e il 2012 l’esborso dello Stato per la spesa in interessi arriva a toccare quota 160 miliardi.

“Se sommiamo questi episodi – sottolinea Fumagalli – ricaviamo che la speculazione finanziaria è  costata allo Stato italiano (e quindi a noi) la bellezza di 467,3 miliardi, ovvero il 20,6 per cento dell’intero debito pubblico del 2017. E’ una cifra che è andata ad ingrassare la pancia delle multinazionali e delle banche e solo in minima parte i risparmiatori italiani che detengono appena il 5 per cento del debito complessivo. A tale rendita occorre poi aggiungere le plusvalenze maturate sulla dinamica dei derivati sui titoli di Stato, che, nel caso del 2011, hanno consentito guadagni di oltre il 500 per cento”.

Sul fronte fiscale altre interessanti notazioni. Scrive l’economista: “In virtù delle riforme fiscali operate dal 1983 al 2007, i super ricchi, quelli con redditi superiori ai 600 mila euro, nel solo 2016 hanno goduto di un regalo fiscale pari a 1 miliardo di euro. Considerato che il loro numero non va oltre le 10 mila persone, ognuno di loro ha potuto accrescere il suo patrimonio di 100 mila euro. Se si considera il mancato gettito dovuto alla ridotta progressività delle riforme fiscali e al mancato cumulo, otteniamo una perdita per lo Stato, nel solo 2016, di 8,3 miliardi di euro, pari al 4,5 per cento del gettito Irpef. Applicando lo stesso calcolo agli ultimi 34 anni (dal 1974 ad oggi), il mancato gettito complessivo ammonta a 146 miliardi. Tale ammanco di entrate è stato colmato dall’emissione di titoli di Stato che, in virtù degli interessi composti, hanno prodotto un maggior debito pari a 295 miliardi, il 13 per cento di tutto il debito accumulato. Un favore alle classi più ricche che è stato assai costoso per tutta la collettività! Per completezza di analisi, dobbiamo anche aggiungere il fenomeno dell’evasione / elusione fiscale che, secondo le stime pubblicate nel maggio 2017, è stata per il 2014 di 110 miliardi, di cui 11 evasi sotto forma di contributi sociali, 36 come Iva e 63 come imposte dirette”.

L’AUTOGOL DELLA FLAT TAX

Eccoci alle conclusioni stilate da Fumagalli.

Punto primo. “L’Italia non si trova in una situazione di rischio di insolvenza, come gli allarmismi del gotha finanziario vogliono far credere. La campagna mediatica orchestrata anche da alcuni siti di informazione compiacenti (a destra come a sinistra), ha come scopo principale attivare campagne speculative assai lucrose per chi detiene il controllo dei flussi finanziari;

Punto secondo. Il debito pubblico italiano è stato causato dall’incremento della spesa per interessi (a seguito delle campagne speculative) e da riforme fiscali che hanno favorito un poderoso trasferimento di risorse dalla fasce più povere a quelle più ricche. E’ quindi del tutto falsa la narrazione dominante che associa la crescita del debito pubblico all’aumento della spesa pubblica, soprattutto nel periodo degli anni ’80 del secolo scorso, quando passò dal 60 ad oltre il 120 per cento”;

Punto terzo. “Il debito pubblico è così un ‘business’: favorisce la rendita finanziaria e coloro che sono già i più ricchi”;

Punto quarto. “L’attuale proposta di manovra finanziaria con l’enfasi sulla ‘flat tax’, non fa altro che contribuire ad alimentare tale business. Solo il ripristino di una tassazione unica per tutti i cespiti e il ritorno ad una più elevata progressività delle imposte possono contribuire ad una maggiore equità fiscale ma anche a ridurre il debito pubblico”.

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