LA SFIDA DELLA SOCIALDEMOCRAZIA PER IL BENE DELL’ITALIA DALL’ASSEMBLEA NAZIONALE DEL 16 MAGGIO

Tanta voglia di socialdemocrazia. Tanta voglia di ricostruire un Paese più giusto e di riuscire a farlo sapendo guardare al futuro con tutta la consapevolezza che ci hanno trasmesso i padri fondatori dell’Europa, in primis proprio i grandi socialdemocratici che di quel sogno realizzato furono protagonisti.

Questa l’aria che si è respirata ieri all’assemblea nazionale del PSDI, con delegati provenienti da tutta Italia giunti a Roma, Centro Congressi delle Carte geografiche, per i lavori preparatori in vista delle prossime tornate elettorali. Un incontro partecipato, quindi, quello del 16 maggio guidato con mano sicura da Renato d’Andria, segretario nazionale, e dal vicesegretario nazionale Piero Lamberti.

Ancor più numerose – ha ricordato in apertura Lamberti – le adesioni in arrivo da tutte le regioni, con l’impegno volontario di militanti, sostenitori e simpatizzanti a rinnovare sui rispettivi territori il progetto politico dei socialisti democratici italiani.

La rete che stiamo organizzando sui territori – ha sottolineato il segretario d’Andria – è il primo, indispensabile strumento per fronteggiare ondate di sovranismi d’occasione ed anarchie sempre pronte a dar fuoco alle polveri. Non è di questo che ha bisogno il Paese, gli italiani sono oggi preda di illusorie promesse elettoralistiche che, anche quando sembrano concretizzarsi, mostrano ben presto il loro contenuto effimero.

Chiaro il riferimento al reddito di cittadinanza che, come vedremo, è tornato spesso anche negli interventi dei delegati.

Ma d’Andria non ha esitato ad affrontare di petto altre piaghe dell’economia italiana, regolarmente sottaciute – ha detto – dalla classe politica di governo, eppure fattori chiavi di processi recessivi che penalizzano famiglie e imprese. L’esempio è quello dei consumi energetici, modello emblematico di uno Stato che non è CON i cittadini, bensì CONTRO di loro. Solo una minima parte, non oltre il 30% di quanto paghiamo in bolletta, rappresenta il costo vero della materia prima, tutto il resto è rappresentato da quella iniqua tassazione che serve solo a mantenere in vita pletorici ed inutili eserciti di dirigenti, consiglieri d’amministrazione, manager. Tutti con stipendi alle stelle, anche 600.000 euro l’anno, che vanno ad alimentare il divario fra un’oligarchia sempre più opulenta ed un Paese che va verso la fame.

A fronte di tutto questo – ha incalzato d’Andria – vediamo un popolo inerte, rassegnato ai soprusi, incapace di reagire. Questo forse è il primo male da combattere, questo il nostro compito primario: essere in grado di risvegliare negli italiani il senso della loro dignità contro abusi e ingiustizie. A cominciare dall’altro spinoso tema, anche questo generalmente oscurato dai media, che riguarda l’improvviso ed arbitrario cambio delle regole, che ha mandato in fallimento migliaia di imprese desertificando posti di lavoro e possibilità di sviluppo, specialmente al Sud. E’ accaduto nel campo delle energie alternative, ma gli esempi sono tanti anche nel settore della formazione, delle TLC, degli stesso organi d’informazione. Le regole che valevano fino a ieri diventano di colpo carta straccia. E chi aveva investito onestamente secondo legge, si ritrova beffato da quello stesso Stato che avrebbe dovuto invece tutelarlo.

E si va avanti con slogan populisti – ha proseguito d’Andria – anche sul terreno epocale delle migrazioni, invece di mettere mano ad un disegno concreto che parta da intese istituzionali di partenariato con i governi dei Paesi africani per insediare su quei territori le nostre migliori esperienze nei comparti manifatturiero, agricolo, meccanico, tessile, dell’artigianato in generale. Una sorta di tutoraggio garantito dallo Stato,, che formi i giovani sui territori e dia sviluppo all’economia locale, valorizzando i nostri talenti, anche quelli over 50 e 60, oggi costretti a fare i pensionati, quando ci riescono, ma che invece rappresentano oro.

Su queste e altre linee guida – ha concluso il segretario d’Andria – dovremo essere capaci di dar vita ad una rivoluzione pacifica, aggregando energie in particolare sui territori, anche su quelli più lontani e remoti. Per il PSDI non esistono periferie, esiste la volontà di aggregarsi, crederci e lavorare.

L’Umanità, organo del PSDI che da tempo vive nella versione online, sarà d’ora in poi non solo uno strumento d’informazione, ma anche un’agorà telematica in cui tutti, dagli iscritti ai simpatizzanti fino a chiunque intenda offrire un contributo di idee, potranno ritrovarsi.

Lo ha annunciato il vicesegretario Lamberti con la giornalista Rita Pennarola, che coordina i contenuti del giornale. L’invito è, anche qui, quello ad una partecipazione attiva e dinamica, che si traduca in quelle azioni concrete di cui hanno bisogno i cittadini. In primis la giustizia sociale.

E’ quello che si sta attivamente muovendo nel PSDI della Calabria, rappresentato ieri a Roma dal segretario regionale Mimmo Scaiola. Oltre alla sede di Lametia terme, il partito conta su una solida rete di associazionismo locale che, coordinata dai socialdemocratici, loro principale punto di riferimento, sta portando avanti progetti su diversi temi, dalla sanità al lavoro. Perché bisogna andare andare oltre il reddito di cittadinanza – ha sottolineato Scaiola – oltre le logiche dell’assistenzialismo, oggi tanto più pericolose con le iniziative del governo sull’autonomia delle Regioni, che rischiano di spaccare il Paese in territori che producono e altri che vivono solo di assistenzialismo.

Su reddito di cittadinanza è tornato Mario Andresano, giunto da Salerno per alimentare con la sua esperienza, imprenditoriale e sindacale, il dibattito del PSDI. Certo, il lavoro nero va combattuto – questo il suo ragionamento – ma occorrono alternative vere, praticabili. Se in tanti stanno restituendo la tessera del reddito, è il segno che di lavoro nero vive tanta parte del Paese, soprattutto al Sud.

Lo sguardo lungo sull’Europa e sul mondo è venuto da Innocenzo Orlando, manager abituato a confrontarsi con i mercati esteri. Su 6 milioni di imprese italiane censite – ha ricordato Orlando – il 98% sono PMI. Proprio per questo dovremmo guardare di più all’Europa ed essere in grado di utilizzare meglio norme e regolamenti UE, col fine primario di tutelare il nostro made in Italy, il nostro Italian style. Invece il discorso della europeizzazione resta ancora poco conosciuto. Oggi sono i cinesi i principali fruitori degli strumenti di protezione di proprietà industriale. Noi lo facciamo troppo poco. I Paesi dell’Europa centro orientale, da poco entrati nel consesso UE, stanno già usando in maniera virtuosa gli strumenti di finanza europea. E l’Italia? Quando lo farà davvero?

La testimonianza in presa diretta di un imprenditore l’ha resa anche, con il suo interessante intervento, Antonio Motta da Lametia Terme, titolare di un ente di formazione accreditato. Noi calabresi, ha detto, non siamo abbastanza presenti in Europa, ha ragione il manager che lo ha sottolineato poco fa, ma guardate che noi calabresi non siamo abbastanza presenti nemmeno in Italia. Le leggi nazionali sugli enti di formazione cambiano da un momento all’altro, per non parlare di quelle regionali. Il mio ente potrebbe lavorare, secondo la legge nazionale, in ogni regione. Però arrivano i paletti delle norme locali, quindi non possiamo praticamente valicare i confini della Calabria senza trovare ostacoli. Quanto all’estero, ho avuto una proposta di allestire corsi di formazione per artigiani in Albania, ma non è stato possibile attuarla perché mancano intese ufficiali d’interscambio fra Italia ed Albania.

Se parliamo di autonomie regionali – ha aggiunto Motta –  guardiamo allora al confronto tra Basilicata e Calabria. La prima ha utilizzato tutti i fondi europei per lo sviluppo, in Calabria invece i miliardi saranno restituiti all’Europa perché non si è stati in grado di spenderli.

E qualcuno pensa di risolvere questi enormi divari con strumenti come il reddito di cittadinanza? Agli extracomunitari va questo reddito, a tanti che non hanno mai lavorato. Se hai la ”colpa” di aver lavorato, non ti spetta niente. Così sta funzionando. Lo Stato deve aiutare chi lavora, invece si sta facendo esattamente il contrario.

Da attento ascoltatore, il giovane Alessandro Marocco, giunto da Cervia, provincia di Ravenna, ha voluto dire la sua sul reddito di cittadinanza: ok non funziona, eppure una tutela per le fasce deboli andava prevista e il REI non aveva dato i risultati sperati. Cosa si aspetta a seguire l’esempio dei diversi Paesi in cui il reddito di cittadinanza c’è da anni e funziona?

Giovane, carico di entusiasmo, portatore di valori socialdemocratici autentici, il milanese Matteo Menegol ha esordito esprimendo il suo auspicio: che il quotidiano PSDI L’Umanità  possa essere per i lettori italiani ciò che ha rappresentato un tempo L’Unità. Un luogo in cui confrontarsi per mettere mano a proposte concrete, attuabili, capaci di porre un argine a fenomeni che il governo ha mostrato di non saper affrontare adeguatamente. In tema di immigrazione, ad esempio – ha detto Menegol – a cosa serve chiudere i CARA, se non sono state prima create alternative praticabili? A mandare per strada centinaia di migliaia di clandestini disperati?

E perché non si affrontano questioni come quella dei tanti medici anziani che, anche al Nord, non possono andare in pensione dagli ospedali, dal momento che non si trovano colleghi giovani in grado di sostituirli?

Fra gli interventi centrali nel dibattito, all’assemblea PSDI del 16 maggio, spicca quello di Antonio D’Andrea il quale non ha esitato ad affrontare temi scottanti dell’economia italiana, a cominciare dal debito pubblico che, ha detto, supera il fatturato del 140%. Cifre da capogiro, se si aggiungono i disavanzi degli enti locali, comuni, regioni e partecipate, che danno il quadro di uno Stato prossimo al collasso economico.

In un simile scenario – ha proseguito D’Andrea – dovrebbe andare ad inscriversi la riforma del governo sulle autonomie regionali. Ricordo – ha aggiunto – che gli italiani votarono per la prima volta per le Regioni nel 1970, benché tali organismi fossero stati previsti dalla Costituzione 25 anni prima. Il principio era giusto: le risorse finanziarie venivano decentrate sul territorio. Ma è da qui che sono scattate le manovre delle terze file dei partiti, che proprio dai territori hanno creato meccanismi di clientela destinati a condizionare il governo centrale e, quindi, la guida del Paese.

Oggi va ancora peggio. D’Andrea cita l’esempio della Basilicata, il territorio in cui opera. Un territorio ricco di petrolio, quanto l’Iraq, che potrebbe dare ricchezza all’intero Paese. Invece oggi all’estrazione lavorano imprese estere, attraverso accordi che D’Andrea non esita a definire come patti scellerati, non dissimili da quelli che nel 1924 cercava di contrastare Giacomo Matteotti, unico parlamentare italiano che si era opposto agli accordi sottobanco fra una parte del governo italiano e una multinazionale americana per l’estrazione del petrolio dalla Sicilia e dall’Emilia Romagna.

Un quadro desolante nel quale, oggi come allora – ha concluso D’Andrea – giustizia nei tribunali e giustizia sociale diventano sempre più un fantasma utopistico e remoto.

Dalla Calabria arriva Lamberto Lamberti, militante della prima ora ed animatore, col fratello Piero (il vicesegretario nazionale) dei circoli territoriali che fanno di quel territorio un avamposto attivo dei socialdemocratici italiani. Un richiamo forte all’Europa, quello di Lamberto Lamberti, e al posto che l’Italia deve mantenere in Europa, allineandosi con le grandi socialdemocrazie del vecchio continente che hanno saputo cogliere ed accettare le sfide del futuro, avendo come fondamento le radici forti del passato. Armonia e democrazia – ha concluso Lamberti riprendendo le parole del segretario d’Andria – è per tendere a questo che dobbiamo batterci.

Le conclusioni sono state tratte da un osservatore esterno, un imprenditore fra i più perspicaci. Carlo C., operante in diversi Paesi del mondo, che ha preso la parola offrendo un rilevante contributo di idee.

L’Italia – ha esordito – è forse l’unico Paese occidentale in cui è stato consentito di stampare 5 milioni di tessere per il reddito di cittadinanza senza bandire una gara pubblica.

L’Italia è anche l’unico Paese in cui si sente parlare di 5 milioni di poveri su 64 milioni di residenti, ma poi solo 1 milione di persone chiede la tessera del RDC.

Con un Paese ridotto così ci avviciniamo al voto del 26 maggio. Che mi fa venire in mente – sottolinea Carlo – quel segretario di Stato americano il quale qualche anno fa disse: vorrei telefonare ad un mio omologo in Europa, ma non so davvero chi dovrei chiamare. Aveva ragione – taglia corto Carlo – e ancora oggi è così, mancano idee, proposte e finanche la volontà di fare dell’Europa un soggetto politico forte.

L’Italia resta ancor più indietro. Carlo cita solo due esempi, entrambi illuminanti. Il primo: se in Paesi seri, come ad esempio la Gran Bretagna, un governante si fosse affacciato al balcone di una sede istituzionale dichiarando che ha abbattuto la povertà, sarebbe probabilmente stato mandato a farsi curare.

Quanto all’immigrazione, recentemente per ristrutturare un edificio avrei voluto far lavorare una impresa italiana. Su piazza, a Roma, non ho trovato aziende disponibili. Ha lavorato un’impresa rumena, regolarmente, con partita iva. La spiegazione – ha concluso – è che in Italia l’80% delle imprese lavora solo se pagato con denaro pubblico, solo il 20% accetta la sfida del mercato. Un paradigma capovolto, che ci allontana dalle nazioni più progredite, dove, a differenza dell’Italia, ci si sta adeguatamente attrezzando per fare fronte alla scomparsa di quel 50% minimo dei posti di lavoro che fra pochi decenni saranno sostituiti dall’automazione.

 

Soddisfatto per la qualità e il livello degli interventi, il segretario nazionale Renato d’Andria, insieme ai vicesegretari Piero Lamberti, Luigi Mazzei e Daniele Schuster, ha annunciato il prossimo consiglio nazionale nel mese di giugno, in cui si metterà mano a rendere operative le proposte emerse il 16 maggio e le tante altre iniziative in cantiere nel PSDI.

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