Il Labour britannico indica la via al mondo occidentale: green economy (nel segno del Nobel)

L’hanno battezzata Green no greed. E’ la grande rivoluzione produttiva che dovrebbe rilanciare l’energia pulita riducendo la dipendenza energetica del Regno Unito e creando lavoro per 400mila persone, in modo particolare nelle aree più disagiate del Paese.

A cavalcare la proposta, sorretto dall’entusiasmo di tutto il suo partito, è il leader laburista britannico Jeremy Corbyn, che sta scalando giorno dopo giorno i gradini del consenso grazie all’empasse in cui continua a trovarsi il premier Theresa May, impegnata nella trattativa per un accordo con l’Unione Europea sulla brexit, fra divisioni e maldipancia tutti interni ai tories.

Oltre a Green no greed, che resta al primo posto, la ricetta con cui Corbyn ha infiammato il suo popolo nel recente congresso di Liverpool prevede aumento delle tasse sulle imprese, nazionalizzazione dei servizi ferroviari, piano di sostegno alle famiglie, settimana corta, fino alla distribuzione ai lavoratori del 10% degli assetti societari. Un tentativo, il suo, di «trasformare radicalmente il panorama ideologico britannico», come ha scritto George Eaton sul New Statesman, con un cambio radicale, dunque, di mentalità. «L’ambizione di Jeremy Corbyn e dei suoi alleati – aggiunge Eaton – non punta solo a conquistare il governo. Tre anni dopo l’elezione a segretario, il suo discorso di chiusura del congresso è una dichiarazione che la sinistra è ormai il mainstream».

Jeremy Corbyn

Tutta in chiave economica dunque, prim’ancora che politica, la sfida lanciata da Corbyn, che molti vedrebbero già in rampa di lancio per Downing Street in caso di non improbabili elezioni anticipate.

«Dieci anni fa il concetto ‘l’avidità è bella’ e del capitalismo finanziario deregolato che esso rappresenta, lodato per una generazione come l’unico modo di governare un’economia moderna – attacca il leader labour – crollò con devastanti conseguenze, ma invece di fare i necessari cambiamenti, l’establishment politico e degli affari ha tenuto in piedi il sistema responsabile del collasso». Di qui lo sguardo critico sui populismi che invadono l’Europa, e che – Corbyn lo sa – potrebbero sedere da primattori a Strasburgo con il voto della primavera prossima: «Il risultato – rincara la dose Corbyn – è stato non solo la debolezza economica e l’austerità, ma anche l’ascesa di razzismo e xenofobia, e una crisi della democrazia qui e all’estero», tanto che «se non saremo noi laburisti ad offrire soluzioni radicali, altri riempiranno il gap, con la politica delle divisioni e del dare colpe ad altri».

Il vento della storia, del resto, sembra andare nella stessa direzione. Nelle settimane in cui a Liverpool Corbyn lanciava la rinnovata sfida sulla Green Economy, a Stoccolma si decideva di assegnare il Nobel per l’Economia a due fra i massimi teorici mondiali del rapporto fra sviluppo economico dei Paesi e cambiamenti climatici: William Nordhaus e Paul M. Romer.

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