DANIMARCA – QUANDO LA SOCIALDEMOCRAZIA INCONTRA L’ESTREMA DESTRA

Dopo la proposta di poche settimane fa de Partito Popolare danese di confinare i migranti in arrivo su un’isola deserta, si moltiplicano le analisi su modelli di governo delle ondate migratorie che non trovano risposte adeguate in nessun paese europeo, Italia compresa.

Quello della Danimarca appare però sempre più come un caso dai contorni estremizzati. Intanto per i numeri degli arrivi: basta pensare che nel 2017 solo 3.500 persone hanno presentato domanda di asilo mentre nel 2018 la media dei richiedenti si attesta su meno di 300 nuovi arrivi al mese.  Ciò nonostante, il governo ha parlato apertamente di “crisi dei rifugiati” e il ministero delle Finanze ha stimato che i costi totali per accoglierli ammontavano nel 2016 a 11 miliardi di DKK (1,47 miliardi di euro). Importo corrispondente allo 0,6% del PIL, cioé circa l’1% del budget pubblico totale di 1100 miliardi di DKK. «È difficile vedere come questa spesa possa minare lo stato sociale»,si legge nella lunga analisi di ÓSCAR GARCÍA AGUSTÍN e MARTIN BAK JØRGENSEN sul periodico di sinistra danese Jacobin Mag. Un articolo che si snoda lungo l’aperta critica alle mosse politiche dei socialdemocratici danesi. A cominciare dall’intervista congiunta rilasciata dalla  leader socialdemocratica Mette Frederiksen e dal leader del Danish People’s Party (DF) Kristian Thulesen Dahl alla rivista sindacale Fagbladet 3F.  «L’incontro tra i leader dei socialdemocratici e il partito di estrema destra – criticano gli editorialisti di Jacobin – non era solo di fondamentale importanza simbolica, ma rappresentava anche un tentativo di cooperazione e di trovare punti su cui lavorare in comune. I socialdemocratici danesi sostengono infatti che sono necessari controlli più severi sulla migrazione per difendere lo stato sociale. Ma escludere gli immigrati è solo il primo passo in un più ampio attacco ai danesi più poveri».

Torna così a galla anche quanto dichiarato da un altro leader socialdemocratico, Henrik Sass Larsen, secondo cui «l’immigrazione di massa, come si è visto ad esempio in Svezia, minerà economicamente e socialmente le fondamenta dello stato sociale».

Mette Frederiksen. In apertura un respingimento di migranti in Danimarca

ricorda poi il periodo (2011-2015)  in cui i Socialdemocratici erano al governo del Paese  in coalizione con i liberali sociali (Radikale Venstre, RV) e i Verdi (il Partito socialista popolare, SF, che lasciò nel 2014), quando la politica danese era guidata dal primo ministro Helle Thorning- Schmidt e il ministro delle finanze Bjarne Corydon. «Thorning-Schmidt – tagliano corto i due commentatori – è stato considerato il politico che più ha segnato un allontanamento dai valori socialdemocratici e che contemporaneamente la avviato la svolta tecnocratica». Quanto a Corydon, «ha definito le politiche neoliberiste come “la politica della necessità”, secondo cui le decisioni tecnocratiche sono le uniche possibili. I tagli del governo sui sussidi di disoccupazione o la continua privatizzazione come la vendita di azioni di Dong Energy agli investitori americani, tra gli altri Goldman Sachs, hanno mostrato questo orientamento generale».

Critico anche il giudizio su Frederiksen, «arrivata come nuovo leader del partito di fronte a una più ampia perdita di identità socialdemocratica in tutta Europa», ma «il suo progetto non assomiglia ai partiti di sinistra come il Partito laburista di Jeremy Corbyn o quello dei socialisti portoghesi».

Sulfurea la conclusione di Augustin e Jorgensen: «Le credenziali anti-neoliberali di Frederiksen non sono chiare. Se da un lato critica l’ultima coalizione del governo socialdemocratico con i liberali sociali, dall’altro fa ancora appello tecnocratico alla “politica economica responsabile”. E l’elemento predominante nella sua retorica è il (quasi nostalgico) ritorno a uno stato sociale che mira a ridurre la disuguaglianza tra i danesi, e tuttavia esclude anche migranti e rifugiati». «Il suo approccio al DF di estrema destra – è la chiusura tranchant – deve essere compreso come parte di questa mossa».

«La realtà – commenta il segretario PSDI Renato d’Andria – è che la Socialdemocrazia non deve mai smarrire i legami con la propria storia, perché altrimenti taglia i ponti con il suo vasto popolo. I temi da affrontare sono grandi ed epocali, quello delle migrazioni in primis, senza dimenticare welfare e lavoro, entro scenari di dimensione planetaria che mutano vorticosamente. Ma proprio per questo occorre una capacità di governo che sappia attingere dalle proprie radici, quello che solo la tradizione socialdemocratica può fare, in Danimarca così come in Italia e in tutta Europa».

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