BANCO NAPOLI – UN RISVEGLIO DI MASSA CONTRO L’ESTREMA RAPINA AI DANNI DEL SUD

Esattamente fra 15 giorni, il 26 novembre prossimo, del Banco di Napoli non resterà più niente, solo faldoni impolverati e cataste di documenti nell’archivio storico. Ne sanno qualcosa i correntisti dell’istituto di via Toledo, costretti a cambiare in fretta e furia Iban e credenziali perché fra poche ore, quando scatterà la fatidica data, Intesa San Paolo avrà fagocitato anche le ultime ceneri di quello che era il più grande istituto di credito del Mezzogiorno, uno fra i più antichi d’Europa, la cui epopea è custodita nel monumentale archivio della Fondazione Banco Napoli, altro ente tormentato da dissidi interni e lacerazioni.

A ripercorrere i quattro secoli e passa di storia del Banco di Napoli, nell’imminenza della sua definitiva scomparsa, è stato Gigi Di Fiore sul Mattino: una storia «iniziata nel 1463 durante il regno aragonese di Alfonso I quando le operazioni bancarie, con prestiti, pegni, circolazione di monete, erano curate da opere pie religiose». Il Monte della Pietà nasce nel 1539 «da un’intuizione di alcuni aristocratici, mossi da sentimenti di beneficenza verso i poveri ridotti alla fame da prestiti ottenuti con oggetti dati in pegno. Li mise assieme il vicentino Gaetano Thiene, proclamato santo nel 1671, fondatore dell’ordine religioso dei chierici regolari. Era a Napoli per fondare una sede del suo ordine all’ospedale Incurabili. Il Monte di pietà prestava denaro su pegno a interessi bassi. Fino a dieci ducati non si applicavano interessi».

L’archivio storico del Banco di Napoli. In apertura la sede di via Toledo

Fra il 1587 e il 1640 venivano fondati a Napoli altri sette istituti simili al Monte di Pietà: Banco dei Poveri, Banco della Santissima Annunziata, Banco del Popolo, Banco dello Spirito Santo, Banco di Sant’Eligio, Banco di San Giacomo e Vittoria e Banco del Salvatore. Un modello di welfare ineccepibile era alla base delle attività economiche,  con vocazioni quali il sostegno di ospedali, orfanotrofi, malati incurabili, ragazze madri, famiglie dei carcerati. Nascevano strumenti quali le “fedi di credito”, cambiali ante litteram per le transazioni in monete d’oro e d’argento.

In mezzo, fra tanta nobile storia e il buco nero che inghiottirà l’istituto il 26 novembre 2018, c’è la crisi durissima di inizio anni novanta, che segna quella che viene definita la prima “rapina” a danno dei napoletani. Nel 1997 il Banco di Napoli viene acquistato per pochi spiccioli (sessanta miliardi di lire, nemmeno 30 milioni di euro) da una cordata guidata dalla Banca nazionale del lavoro con dall’Istituto nazionale delle assicurazioni. «Il prezzo è stato ritenuto congruo dall’advoisor Rothschild», risponde il ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi alle proteste di dipendenti, sindacati e cittadini napoletani.

Appena due anni dopo il Banco di Napoli è di nuovo in vendita. Solo che stavolta, benché i conti dell’istituto non fossero cambiati, Bnl e Ina chiedono seimila miliardi di lire. Ed è per questa cifra che il San Paolo di Torino (che poi si fonderà con Banca Intesa) rileva il Banco di Napoli, facendo realizzare quella  stratosferica ed ingiustificata plusvalenza (da 60 miliardi a seimila miliardi di lire) che di fatto salva Banca Nazionale del Lavoro, sull’orlo dell’abisso.

La seconda beffa è di due anni fa, quando SGA, la bad bank creata per ripianare le sofferenze bancarie senza speranza, comunica di aver recuperato il 90% delle perdite. Somme da capogiro che però, nonostante le azioni legali intentate da luminari e giuristi partenopei, restano a Bankitalia. All’esangue economia del Sud non è arrivato finora un solo euro di quelle masse creditorie recuperate.

UNA CLASS ACTION PER IL SUD

Parte da questo punto esatto l’azione, sul modello delle class action, che il PSDI intende lanciare in campo per restituire al Mezzogiorno non solo le risorse finanziarie connesse alle sorti del Banco di Napoli, ma anche e soprattutto dignità, riscatto, rinascita.

In prima fila c’è il segretario nazionale del partito, Renato d’Andria.

«Lo strumento della class action – analizza il segretario – così come è stato inserito finora nel nostro ordinamento, non si è rivelato adeguato rispetto alle attese. Seguiamo con interesse il nuovo iter parlamentare avviato alla Camera,  che speriamo venga approvato in tempi brevi (e che sposterà sul livello penale le responsabilità da accertare, ndr)». «Nelle more – annuncia il segretario – non resteremo a guardare l’ennesimo “scippo” del Banco di Napoli, né intendiamo assistere inerti alla sua scomparsa. Partirà da Napoli una “chiamata a raccolta” delle migliori energie produttive ed intellettuali per promuovere azioni di responsabilità nei confronti di coloro che avevano il dovere di vigilare, e non lo hanno fatto, fin dal tempo delle plusvalenze andate a vantaggio di banche del Nord, penalizzando ancora una volta il Mezzogiorno».

«Se il tentativo – chiarisce il segretario – è quello di ridurre il Sud a lido balneare dei banchieri del Nord, elargendo ai nostri giovani l’elemosina del reddito di cittadinanza, che li renderà ancor più inerti e improduttivi, noi diciamo apertamente che non ci stiamo. E che non ci staranno le menti fervide, l’ingegno e la tenuta morale dei napoletani, che grazie a queste qualità furono capaci fin dal 1439 di dar vita, nella loro città, ad uno dei primi istituti di credito d’Europa».

 

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